domenica 28 agosto 2011

IL RISCHIO IDROGEOLOGICO IERI ED OGGI IN CALABRIA









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LA CALABRIA NELLA SECONDA META' DEL SETTECENTO
(di Armando Orlando)

            La carestia del 1764  interessò tutto il Regno e costituì un ostacolo all'incremento demografico delle province, poiché l'azione del governo fu protesa a fronteggiare la penuria di generi alimentari nella sola Napoli, onde evitare che nella città risorgesse lo spirito di Masaniello, sacrificando così le terre periferiche al bene della capitale.
            A Cosenza oro e argento venivano venduti per acquistare generi di prima necessità, ed ovunque i prezzi salivano vertiginosamente. Nelle campagne imperversavano i ladri di vettovaglie. Nei Casali della città bruzia gli abitanti rimasero senza pane e si nutrirono di erbe selvagge, e quando con la successiva annata agricola la situazione alimentare sembrò migliorare, un'epidemia di peste colpì le terre dei casali e si diffuse rapidamente nei paesi del Vallo, causando la morte di migliaia di persone. Umberto Caldora scrive che in quel periodo il popolo, per via della carestia, per fare il pane ricorse ai lupini, alle cicorie, al finocchio selvatico e ad altre erbe, e quegli espedienti rimasero in auge in ogni tempo, presso tutti coloro che non avrebbero potuto altrimenti sfamarsi. 
            In occasione della carestia il popolo affamato insorse in Amantea. Il sindaco fu rinchiuso nel castello, e solo gli interventi del governatore e del predicatore quaresimale riuscirono ad evitare il diffondersi della rivolta. Gli assalti ai magazzini ed ai forni si susseguirono con frequenza ed in molte zone della Calabria rifiorì il brigantaggio, con le bande di Pietro Capello di Malito e di Trincheo di Conflenti.  A Scigliano e Crotone i cittadini difesero con le armi le scorte di grano che i governanti avevano destinato altrove. A Cosenza i reclusi nel carcere furono lasciati morire per mancanza di pane. Ed il Tanucci, in un dispaccio dell'aprile del 1764, segnalò al Re di Spagna la presenza di tumulti a Nola, Taranto, Crotone e Rossano, aggiungendo che "ogni popolazione sta al passo per attrappare li grani che passino o per Napoli o per altri paesi del Regno".
            Responsabile della carestia - secondo Augusto Placanica - era anche il clima del tempo, ultima propaggine della little ice age, la cosiddetta piccola età glaciale moderna, subentrata a quell'optimum climatico medioevale che con il considerevole aumento dell'irradiazione solare aveva favorito la poderosa crescita delle terre italiane tra il 1000 ed il 1300. 
            Il fenomeno diede luogo allora a significative variazioni climatiche; le estati divennero più fredde e le temperature si allinearono alle medie autunnali; il freddo forte e le piogge violente fiaccarono la coltura del grano, che aveva bisogno di caldo per la maturazione. Il cereale raggiunse prezzi doppi e tripli rispetto alle quotazioni degli anni precedenti e folle di miserabili - scrive Placanica - spinti dalla fame ad emigrazioni faticose e inconcludenti, si disperdevano e s'incrociavano dappertutto, arrivando fin nella capitale, dov'erano inesorabilmente destinate a perire. Il pane scarseggiava e si affermarono l'orzo, l'avena, la segala e il granturco, produzioni a rendimento non elevato e con scarso potere nutritivo. Pane e pasta di grano entrarono solo nelle case dei ricchi e dei forestieri, mentre ai poveri era riservato il pane scuro, fatto con grani inferiori o misti o addirittura con segale, orzo, mais e persino con farina di castagne.
            Quella del 1763/64 - continua lo studioso di Catanzaro - fu la prima grande crisi di sussistenza che, per via delle incredibili dimensioni e della diffusione in ogni più remoto angolo del Regno, spingesse autorità e pubblicisti a pensare seriamente a riforme di struttura che accrescessero, e di molto, la produzione e la produttività dell'agricoltura meridionale. E Aurelio Lepre aggiunge che il 1764 diventò il punto di riferimento di tutte le polemiche, sia favorevoli alla liberalizzazione, sia contrarie. Tutte le disposizioni annonarie che furono date dopo quell'anno dovettero tenere conto della carestia e degli effetti che essa aveva avuto, accrescendo nelle masse popolari il timore della fame e rendendo più difficile, di conseguenza, l'adozione di riforme. Da quell'anno, inoltre, gli amministratori comunali furono costretti a fare ingenti approvvigionamenti di viveri, e ciò pesò fortemente sui bilanci, appesantendo le deboli finanze locali.
            Nel frattempo continuava in Calabria la lunga serie di eventi funesti e di catastrofi, e la regione veniva interessata da una lenta degradazione, favorita dalle caratteristiche orografiche del territorio.
            Nel 1767 un terremoto colpì molti paesi della Valle del Crati, a nord di Cosenza, arrecando gravi danni alle attività economiche, alla raccolta del grano e alla sericoltura. Nel 1782 i rioni della Cavallerizza e di Torre Vecchia a Nicastro furono spazzati dalla furia delle acque del torrente Piazza; l'alluvione provocò più di cento morti, i danni furono calcolati in un milione di ducati e gli abitanti del quartiere Cavallerizza furono costretti a trasferirsi altrove, dando origine al rione Bella.
            Nel 1783 si verificò il grande terremoto, al quale dedicheremo un intero capitolo di questa storia, e nel 1785 una pestilenza a carattere vaioloso portò ancora lutti e rovine in quelle terre già duramente provate dalla furia della natura. In quest'ultima occasione il medico Giuseppe Bruni riuscì a diffondere nella popolazione superstiziosa e ignorante la nuova pratica della vaccinazione, sicché nel 1787 l'infezione si poteva dire praticamente scomparsa. Nel 1790 un'epidemia colpì Monteleone; nell'ospedale furono ricoverati 1.200 infermi e la popolazione fu quasi dimezzata. L'anno dopo, il 13 ottobre 1791, una nuova scossa colpì la parte interna della Calabria centro meridionale, e nella notte tra il 28 ed il 29 ottobre un mare di pioggia cadde su quasi tutte le terre colpite dal terremoto, i fiumi si gonfiarono, strariparono e allagarono i campi e le case, causando cinquanta morti.
            Nel 1786 le inondazioni avevano toccato Soriano e Bagnara, e nel 1790 l'Ancinale aveva arrecato danni ai centri vicini. Nel 1793 un'altra grande alluvione si abbattè su Reggio e provocò sia la perdita di 400 vite umane che danni alle proprietà per due milioni di ducati. Due anni dopo le acque del Calopinace strariparono di nuovo e travolsero le abitazioni del rione San Filippo. 
            Intanto altre piccole carestie avevano colpito le terre della regione, ed un notaio nel 1798 scrisse che "tutti gli individui di Aiello e Casale delli Terrati tentarono di provedersi in altri luoghi, e specialmente nell'altra provincia di Calabria Ultra, ma essendovi ivi impedito il commercio per li grandi assassini che si commetterono sono stati costretti ad assaggiar la fame...si sono totalmente estenuati dalla fame, che sono arrivati a vivere, con far uso delli fiori delle fichi crude".
            In questo contesto i prezzi del grano continuarono a salire, ed i produttori spostarono le colture di cereali sempre più in alto, mentre i proprietari di animali andavano alla ricerca di nuovi pascoli. I Calabresi - scrive Giovanni Sole - lentamente, ma progressivamente, si allontanavano dal mare per attestarsi su zone impervie ma facilmente difendibili. Vennero allora messi in discussione gli usi civici praticati sulle terre demaniali e feudali, il seminativo si incuneò dappertutto, e dove non si seminava il grano si impiantavano gli alberi di ulivo.
            La trasformazione dei boschi in seminativi, scrive Giuseppe Brasacchio, fu il mezzo più comune per espandere la cerealicoltura e la pastorizia: più che la scure furono gli incendi - le "cesine" di antica memoria - a distruggere parte dei secolari boschi appenninici e la superstite macchia mediterranea del collepiano. Mentre per Emilio Sereni è la ricerca del profitto capitalistico che comincia a divenire il motore e il regolatore decisivo del ritmo dei dissodamenti.
            La Sila fu la prima montagna della Calabria a soffrire, perché, oltre a fornire spazi per il grano, doveva rispondere alla richiesta di legname, pece e resine per l'edilizia e per le costruzioni navali, mentre l'Aspromonte riuscì a conservare meglio le sue strutture economico-pastorali, limitandosi a rispondere ai fabbisogni del tempo solo con la produzione di olio. E dal momento che il 75% della popolazione calabrese viveva in centri dell'entroterra ubicati tra 250 e 750 metri di quota, la ricerca di nuove terre da disboscare e dissodare si manifestò tra i 400 metri di quota e la zona climatica del castagno: oltre i mille metri, spiega Brasacchio, le condizioni erano sfavorevoli per le colture, mentre le terre della marina non erano praticabili per la presenza della malaria che era padrona di un paesaggio desolante e spopolato.
            Per avere terre da coltivare e legna per riscaldarsi - citiamo ancora Sole - gli abitanti tagliavano boschi e foreste, pregiudicando gravemente la situazione idrogeologica. Le acque, senza essere convogliate negli antichi corsi, cominciarono ad allagare e impaludare il litorale e le spiagge. Terre prima popolate e coltivate si trasformarono via via in lande desolate in cui diventa padrona incontrastata la malaria...ed il mare, se prima era temuto e tenuto a distanza, ormai cominciava a sparire dalla cultura e dalla vista stessa della maggior parte dei calabresi. 
            Un male endemico, quello della malaria, che contribuiva a frenare il decollo demografico della Calabria e che interveniva a definire lo stato degli insediamenti umani, i tracciati stradali, la localizzazione delle attività economiche. L'uso della corteccia della china, una pianta introdotta per la prima volta in Europa nel 1640 dalla moglie del governatore del Perù, non aveva prodotto ancora un effetto determinante sulla cura delle febbri malariche, e già nel 1753 il vescovo di Isola lamentava l'abbandono della Diocesi e la desolazione delle sue terre, dove quasi tutti  i vescovi si ammalavano ed erano costretti a lasciare vacante la sede per molti anni.
            Quelle del Settecento furono scelte che ebbero effetti sinistri sull'equilibrio idrogeologico del territorio,  ricorda Brasacchio, ed i fenomeni regressivi si manifestarono prima con lentezza, e poi, quando l'azione dell'uomo si accentuava, essi crebbero di intensità. Il fenomeno del disfacimento del territorio non sfuggì agli studiosi del tempo, e nella relazione di Giuseppe Zurlo troviamo scritto che "le pendici aspre dei monti sono  dalla natura destinate a nutrire alberi, e non a soffrire lo squarciamento dell'aratro", mentre il cosentino Giuseppe Spiriti, acuto osservatore dell'economia regionale, denunciava che "si sono sboscati i monti per voglia di avere terre migliori da coltivare" ed ammoniva che "in pochi anni i monti deludono le mire dell'avarizia, han mostrato la loro nuda e sterile calvizia e i piani sottoposti sono stati messi in rovina da' torrenti, che hanno trascinato seco col terreno le arene e i sassi della montagna".
            La composizione della piattaforma geologica (graniti in montagna, argille e sabbie in basso nel collepiano), la configurazione orografica (con la dorsale appenninica che attraversava la regione in tutta la sua lunghezza, con quote che raggiungono i 2.000 metri, interposta tra i due mari a breve distanza), ed il
regime delle piogge (concentrate spesso in brevi e limitati periodi di tempo) furono i fenomeni che favorirono l'erosione del suolo e la degradazione del prato, ed il dissesto idrogeologico della Calabria, avviato nel Settecento, è ancora oggi sotto i nostri occhi.
            Ma la storia della Calabria è fatta assai più di permanenze che non di mutamenti: e se è vero che la storia economica e sociale si alimenta di trasformazioni indotte nel corpo della società, bisogna riconoscere che la Calabria ha subìto dei condizionamenti così grevi da parte delle strutture ambientali che il mutamento economico e sociale, dice Placanica, è stato così lento da apparire inesistente, almeno fino alle soglie dell'Ottocento ed oltre. E per mutamento economico e sociale si intende la lenta crescita delle classi umili, uscite fuori dalle secche dell'autoconsumo.
            Esemplare è la vicenda della seta, il cui ciclo produttivo si iniziava con la coltura del gelso e l'allevamento e trattamento del baco nelle campagne, e si concludeva nei telai cittadini.
            Nei primi anni del Settecento la Calabria aveva contribuito ancora in maniera notevole alla produzione totale del Regno, anche se la qualità, per il tipo di lavorazione "a mangano", risultava inferiore a quella del Piemonte, dove veniva praticata la lavorazione a telaio. Nella regione, però,  il governo di Napoli aveva sospeso nel 1751 i privilegi fiscali concessi all'industria di Catanzaro, e la produzione, diventata di scarsa qualità, era caduta sotto il controllo dei gabellieri e si era mostrata inadeguata a sostenere la concorrenza di altre regioni d'Italia, dove erano stati introdotti nuovi macchinari ed erano sorti veri e propri stabilimenti.
             Per migliorare la qualità si cercò di correre ai ripari tentando nuove sperimentazioni e favorendo lo scambio di maestri ed esperti; nel 1790 a Villa San Giovanni furono impiantate due filande ad aspo lungo. Non si ebbero, però, buoni risultati e qualche anno dopo la crisi dell'arte della seta divenne generale. La produzione di tessuti stranieri di qualità più corrente, con cotoni e lane provenienti dalle Americhe, si fece più intensa e l'economia concentrata della fabbrica ed i bassi costi della produzione industriale sostituirono la manifattura a domicilio, esercitata dalla maggioranza delle famiglie calabresi per secoli. In Italia solo Lombardia, Liguria e Toscana riuscirono a reggere le tensioni del mercato.
            E' in questo periodo, scrive Placanica, che le città maggiori di Calabria cominciano a perdere la connotazione semi-industriale che, grazie alla produzione di tessuti, finora hanno avuta: a cominciare da Catanzaro, da sempre capitale della seta, a Cosenza, fino a Reggio, dove almeno resiste la produzione delle essenze agrumarie, oggetto di esportazione. Inevitabilmente, intorno ad ogni città, le campagne cominciano ad assistere al declino delle colture a gelso, dell'allevamento del baco e dell'allestimento della materia prima da destinare alla città. L'alternativa è rappresentata dall'impianto massiccio di alberi di olivi al posto dei gelsi, non solo per soddisfare una più accentuata richiesta alimentare, ma per incrementare la produzione di quel lubrificante da fornire alle macchine inglesi e di quella materia grassa richiesta dai saponifici francesi. Gran parte dell'olio calabrese, infatti, risultando di bassa qualità, veniva acquistato dai mercanti come materia prima per il famoso sapone di Marsiglia, che in Francia era ancora prodotto secondo le antiche regole dettate da Luigi XIV nel l688.
            La crisi della seta, divenuta ormai irreversibile, assieme ad una maggiore richiesta di olio e di farina, furono avvenimenti che determinarono l'abbandono della coltura del gelso; al suo posto, come abbiamo visto, venne piantato l'ulivo e, nello stesso tempo, venne dato l'assalto al bosco. E, secondo alcuni studiosi, furono proprio i disboscamenti, effettuati dai contadini per ricavare il necessario alla sussitenza, a far uscire il Regno di Napoli dalla crisi che lo aveva colpito dal 1759 al 1766 e a far conoscere una nuova fase di ripresa demografica e produttiva. Lo sviluppo fu notevole e durò fino al 1780, per poi arrivare ad una nuova crisi, quella degli anni Novanta, complicata dal dissesto finanziario del bilancio dello Stato e dalla minaccia degli eserciti rivoluzionari francesi.
            Il fenomeno dell'aumento della superficie coltivabile - scrive Silvio De Majo, continuò nel corso dei decenni successivi, reso indispensabile dal costante incremento demografico dopo la crisi del 1764, ma la produzione di grano non era affatto sufficiente e  nelle campagne i contadini dovevano fare sempre più ricorso alla produzione di cereali alternativi più facilmente coltivabili, come il mais.
            Alla fine dei cicli altalenanti di sviluppo e di regresso la popolazione del Regno era passata da tre milioni di abitanti nel 1734 a quattro nel 1771 ed a cinque nel 1793. Dopo Napoli, le città più popolate erano Bari, L'Aquila e Reggio Calabria.          Uguale sviluppo si ebbe nel campo della produzione agraria e negli scambi, ed anche il reddito fondiario, negli ultimi cinquant'anni del secolo, raddoppiò. Alcune produzioni divennero pure pregiate: come la pece di San Giovanni in Fiore, dove erano attive quattro fornaci che fornivano il Regio Arsenale di Napoli; come le essenze nel reggino, la liquerizia ai confini settentrionali con la Lucania, il cuoio a Tropea e le distillerie tra Gioia Tauro e Briatico; come i fucili ed i cannoni per l'esercito prodotti nel cuore dell'Appennino calabrese e spediti dalla marina di Pizzo; come il vino di Cirò, prodotto sui terreni disboscati verso la marina e venduto nella Fiera istituita con Real Diploma del 1785, nella quale operavano i mercanti di Scilla, i droghieri di Bagnara, gli orefici di Cosenza, i mercanti di panno di Positano.
            Pece e liquerizia meritano qualche parola in più. Per la pece, scrive Placanica, la Sila, posta a pochi chilometri dai casali cosentini, era fortissima fornitrice della materia prima, l'albero del pino. La pianta trovava uno dei suoi principali destini nella cantieristica navale e nell'industria edilizia della capitale, ed i mercanti importavano a ritmo incessante tronchi e tavole dalla foresta bruzia. Lo sfruttamento del pino laricio per la produzione delle essenze interessava, invece, le popolazioni di tutto l'agglomerato presilano della Calabria settentrionale, dai casali di Cosenza a San Giovanni in Fiore, da Taverna nel Catanzarese a Carlopoli nel Nicastrese. La lavorazione cominciava ad ottobre e gruppi di lavoratori procedevano all'incisione o allo scavo nel tronco della pianta; a primavera l'oleoresina cominciava a trasudare nella cavità e da liquida diventava spessa e densa; la resina veniva così prelevata, riscaldata in caldaie e distillata. La raccolta durava tutta l'estate ed i prodotti della lavorazione erano l'acquaragia e la pece bianca, usati per vernici, mastici, adesivi, lubrificanti ed in farmacia. La pece nera, detta anche pece navale, si ricavava dal legno resinoso in schegge di pino e dopo tre anni di scavo lo stesso albero, non più utilizzabile, veniva abbattuto o abbandonato.
            La coltivazione della liquerizia, un arbusto alto oltre un metro, era invece diffusa intorno alla vasta piana di Sibari, nelle zone del litorale ionico della Calabria settentrionale e nel basso versante ionico delle Serre e dell'Aspromonte. Un sistema di stabilimenti provvedeva alla lavorazione della radice che, dopo l'estrazione, veniva macinata e polverizzata, oppure ammollata e fatta macerare in acqua bollente fino ad ottenere un impasto denso e rigido. La pianta nasceva in zone scarsamente popolate o addirittura soggette a fenomeni di impaludamento, in terreni acquitrinosi e freddi, prossimi al mare, e verso la metà di ottobre schiere fitte di lavoratori, ricorda ancora Placanica, scendevano dalle pendici della presila e dai casali di Cosenza verso le marine ioniche della Calabria per andare a lavorare come coglitori e cavatori della radice, ed il ciclo si concludeva con la fase dell'impasto e della confezione del prodotto, affidata alle donne.
            Ma il commercio ed i traffici di questi prodotti erano costantemente disturbati dalle incursioni dei corsari, ed anche se con l'avvento di Carlo III  le operazioni sulla costa si erano diradate, la pirateria sui mari perdurava, e la presenza dei corsari fu segnalata di continuo sulla rotta tra Scilla e Castella, ed anche al largo di Punta Stilo. Il trattato del 1740 con la Turchia aveva fallito l'obiettivo di mettere fine alle azioni dei Barbareschi, le Reggenze continuavano a minacciare i traffici marittimi e per sorvegliare i mari furono utilizzate le navi da guerra.
            In quel periodo la marina napoletana era interessata da una fase di grande evoluzione, grazie anche all'opera del ministro Acton, e nelle intenzioni della regina Maria Carolina la flotta del Regno, composta da 39 navi che portavano 962 cannoni, doveva arrivare ad eguagliare gli splendori legati alle tradizioni normanne, sveve ed angioine, favorendo l'espansione del Mezzogiorno d'Italia verso il Levante.
            Ma verso la fine del Settecento la pirateria aveva ripreso a imperversare pure sui litorali e sui mari della Calabria, e la marina borbonica fu impegnata a fronteggiare le navi corsare e a scoraggiare le imprese dei pirati. Tutti gli stati europei erano riusciti ad ottenere il rispetto delle loro coste e delle loro navi da parte dei corsari, grazie all'uso della forza o alla stipula di trattati . Ma Napoli, dopo Venezia, era stata l'ultima a firmare accordi di pace con le reggenze barbaresche, e negli anni a cavallo tra la fine del secolo e l'inizio dell'Ottocento più della metà delle navi catturate dagli algerini battevano bandiera napoletana, e la maggior parte degli schiavi era di origini siciliane, calabresi, pugliesi e campane.
            La rinascita della corsa barbaresca, con i carichi delle navi catturati e venduti e la massa degli schiavi concentrati in terra maghrebina in attesa del riscatto al miglior prezzo, dopo aver toccato l'apice nell'ultimo decennio del Settecento, si arrestò quasi completamente nel 1806 in virtù del trattato del 1799 tra Napoli e Tunisi, e dopo gli accordi del 1812  i battelli dei corsari cominciarono a commercializzare pacificamente le loro merci anche nei porti dell'Italia meridionale.




OGGI:


Rischi: idrogeologico

Il rischio idrogeologico in Calabria

La quasi totalità del territorio calabrese è interessata da fenomeni di dissesto idrogeologico. Il territorio calabrese è infatti un territorio con forti dislivelli (in vari punti della Regione si passa in pochi chilometri dal mare alla montagna) e geologicamente "giovane", per cui la conformazione del territorio è spesso soggetta a modifiche naturali. La vulnerabilità del territorio calabrese al rischio idrogeologico è storicamente nota, a tal proposito è utile ricordare la definizione del Giustino Fortunato che già nel secolo scorso definì la Calabria "uno sfasciume pendulo sul mare". Numerosi sono gli eventi di dissesto idrogeologico verificatisi in Calabria che hanno provocato numerose vittime e danni molto elevati alla già debole economia regionale. Basta ricordare a tal proposito le disastrose alluvioni del 1951, del 1972-73, ma anche i recenti fenomeni alluvionali che hanno interessato Crotone nel 1996 e Soverato nel 2000. Negli ultimi decenni, il progressivo abbandono dei territori montani, la progressiva urbanizzazione di aree un tempo disabitate (frutto spesso di uno sviluppo urbanistico dissennato e dell'abusivismo) che ha interessato spesso aree in prossimità dei corsi d'acqua o di zone in frana, ha aumentato notevolmente l'esposizione del territorio al rischio idrogeologico. In questo senso emblematica appare la tragica alluvione di Soverato del 12 settembre 2000, causata dalla presenza di un campeggio in prossimità del torrente Beltrame.

Il continuo verificarsi di questi episodi ha aumentato la sensibilità verso il problema e sta producendo un cambio di rotta culturale: non ci si deve limitare più solamente sulla riparazione dei danni ed all'erogazione di sostegni economici alle popolazioni colpite , ma occorre creare cultura di previsione e prevenzione, diffusa a vari livelli, imperniata sull'individuazione delle condizioni di rischio ed all'adozione di interventi finalizzati alla minimizzazione dell'impatto degli eventi. A seguito dell'emanazione della
legge n. 267 del 3 agosto 1998 (legge Sarno), quasi tutte le regioni italiane hanno perimetrato le aree a rischio idrogeologico elevato o molto elevato. In Calabria l'Autorità di Bacino Regionale ha pubblicato nel 2001 il PAI, Piano di Assetto Idrogeologico Regionale che ha posto vincoli alla realizzazione di opere nelle aree a rischio elevato o molto elevato di alluvione o di frana.

Parallelamente è stato notevolmente potenziato il sistema di allertamento per preannunciare possibili fenomeni di dissesto idrogeologico e porre in atto tutte le iniziative necessarie a mettere in sicurezza la popolazione durante il verificarsi di eventi calamitosi. Il
Dipartimento Nazionale di Protezione Civile ha costituito la rete dei Centri Funzionali, che, ai sensi della Direttiva del Presidente del Consiglio del 27.02.2004, gestisce il sistema di allertamento sistema di allertamento nazionale e regionale per il rischio idrogeologico ed idraulico ai fini di protezione civile.

Lo stato della rete dei Centri Funzionali è diverso nelle varie Regioni italiane. Nella Regione Calabria, il Centro Funzionale, istituito fin dal settembre 2000 con l'
ordinanza di protezione civile n. 3081 del 12/09/2000 è stato recentemente trasferito al Settore Regionale di Protezione Civile (con deliberazione della giunta regionale n. 974 del 22.11.2005) ed ha avviato le procedure per ottenere la dichiarazione di operatività ai sensi della Direttiva PCM 27.02.2004. Nel frattempo in ottemperanza a quanto previsto dalla suddetta Direttiva PCM 27.02.2004 il sistema di allertamento viene gestito sulla base degli avvisi meteo e degli avvisi di criticità emessi dal Centro Funzionale Centrale del Dipartimento Nazionale di Protezione Civile che vengono adottati e trasmessi ai comuni ed agli altri enti competenti dalla Sala Operativa Regionale di Protezione Civile.

TIRO A SEGNO NAZIONALE - SEZIONE DI PALMI

giovedì 25 agosto 2011

L'EX SINDACO DI PALMI RISPONDE.......




Il prefetto di Reggio Calabria Varratta ha disposto la sospensione del Consiglio comunale di Palmi e la contestuale nomina come commissario prefettizio di Antonia Bellomo, viceprefetto. Il provvedimento arriva dopo l'approvazione da parte dello stesso Consiglio di una mozione di sfiducia nei confronti del sindaco Ennio Gaudio.






L'EX SINDACO DI PALMI RISPONDE...........





- Dopo la mozione di sfiducia al sindaco Gaudio -
PALMI - Pdl in frantumi dopo la sfiducia al sindaco Ennio Gaudio. Gigi Fedele interviene per difendere l'ex primo cittadino, attaccando i pidiellini che hanno votato la mozione. Gli strali del capogruppo regionale si abbattono in particolare sul vicecoordinatore provinciale dei berlusconiani, Ernesto Reggio, che da ex vicesindaco e punto di riferimento di Scopelliti a Palmi aveva guidato la fronda.  «Reputo gravissimo – ha scritto Fedele in una nota - che questo stato di cose si sia verificato proprio nella città in cui opera il vicecoordinatore provinciale del Pdl che, essendo stato nominato anche vicesindaco di Palmi (certamente non per il consenso elettorale) e che, per questo, avrebbe dovuto svolgere una funzione da mediatore, abbia costituito, alla fine dei giochi, l’elemento di rottura che ha provocato il declino dell’amministrazione Gaudio: purtroppo alcuni ruoli non si possono ricoprire quando non si possiede il giusto carisma». Parole forti, critiche inequivocabili anche sul piano dei rapporti di forza interni al partito, perché mettono in dubbio le qualità politiche di una figura di vertice come Reggio. Ma anche pesanti bordate all'indirizzo di un gruppo consiliare compatto, composto da 5 rappresentanti del Pdl che sono stati uniti dall'inizio alla fine della crisi durata un anno, fino alla mozione di sfiducia approvata nella riunione di lunedì scorso del civico consesso. Fedele, rinnovando la stima nei confronti dell'ex sindaco, definisce «da irresponsabile l'aver sfiduciato il primo cittadino», che quattro anni fa si era candidato da indipendente alla guida di una coalizione di centrodestra, dopo aver concluso una lunga e brillante carriera negli alti ranghi della polizia di Stato, nelle cui fila era stato questore.

Agostino Pantano

giovedì 18 agosto 2011

calabria torrenti e fiumi inquinati


"Le cattive notizie per il sistema marino-costiero della Calabria jonica viaggiano lungo fiumi e corsi d'acqua minori, arrivando alle foci da cui si riversano a mare. Tutti e 8 i punti campionati, infatti, sono risultati gravemente contaminati da inquinamento microbiologico". E' questo l'allarme lanciato da Goletta Verde - la campagna di Legambiente dedicata al monitoraggio e all'informazione sullo stato di salute delle coste e delle acque italiane, realizzata anche grazie al contributo di Consorzio Ecogas e Novamont. Focalizzate sui punti critici, le analisi dei biologici di Goletta Verde hanno evidenziato con campionamenti puntuali una situazione di forte sofferenza presso le foci dei fiumi, con grave rischio anche per le zone limitrofe. Prese di mira le foci dei fiumi Alli, Esaro, Fiumarella e Neto, nonche' quelle dei torrenti Coriglianeto, Trionto, Arango (a valle dello scarico del depuratore segnalato fuori servizio), e la Fiumara che attraversa il territorio del comune di Sella Marina.
"Le analisi di Goletta Verde sono un forte grido d'allarme: mettono in evidenza una situazione di gravissimo deterioramento dei fiumi e dei corsi d'acqua minori, e quindi del mare calabrese - ha commentato Nunzio Cirino Groccia, segreteria nazionale Legambiente - proprio nell'anno in cui e' entrata in vigore la nuova normativa sulla balneabilita', con limiti assai piu' permissivi rispetto alla precedente Dpr 470/1982. E' del tutto evidente come la grave contaminazione microbiologica dei fiumi calabresi sia legata a doppio filo con reti fognarie e servizi depurativi deficitari".


GOLETTA VERDE

sabato 9 luglio 2011

REGGIO CALABRIA - LA NUOVA GIUNTA PROVINCIALE

Presentata la nuova Giunta provinciale di Reggio Calabria

Reggio Calabria. Una notizia fresca d’inchiostro. Presentata la nuova Giunta provinciale di Reggio Calabria (la squadra al completo nella foto di Adriana Sapone). Ecco i nomi e le deleghe della squadra che affiancherà il Presidente Giuseppe Raffa. Giovanni Verduci (UDC), Vicepresidente con Delega alla Programmazione economica, Finanze, Bilancio, Tutela dei paesaggi, difesa del suolo e delle coste. A Giuseppe Pirrotta (PDL) è stata assegnata la Delega all’Urbanistica, Pianificazione e Assetto del territorio, mentre a Domenico Giannetta (PDL) vanno le Attività Produttive, Politiche del Personale e Sindacali. Gaetano Rao, esterno (in quota PDL) è invece, il nuovo assessore all’Agricoltura e alla Forestazione con deleghe anche a Caccia e Pesca, immigrazione ed emigrazione. La Delega “Politiche e Pianificazione Culturali, Beni culturali e Difesa della Legalità” è stata conferita a Eduardo Lamberti-Castronuovo (SUD). A Mario Candido (Partito Socialista Nuovo PSI ) è andata invece la Delega alla Pubblica Istruzione, Edilizia Scolastica, Università e Ricerca, Minoranze linguistiche, Valorizzazione e Tutela dei borghi storici. Infine, l’Assessorato ai Trasporti, Programmazione, Protezione Civile, politiche di Sviluppo Area Metropolitana, Giovanni Calabrese (Scopelliti Presidente).
Il Presidente della Provincia, Giuseppe Raffa, mantiene invece a se le seguenti deleghe: Ambiente ed Energia, Società partecipate, Infrastrutture Nautiche ed Aeroportuale, Viabilità, Lavoro e Formazione professionale, Politiche Sociali e Associazionismo e Volontariato, Politiche della case ed Edilizia residenziale pubblica, Progetti Speciali relativi a Piana e Porto di Gioia Tauro, Demani e Patrimoni, Autoparco, URP-Sistemi informatici-Comunicazione e Innovazione, Maketing e Promozione territoriale e Istituzionale, Spettacolo, Sporto ed Impiantistica sportiva
Giovedì 07 luglio 2011

NOTIZEI PALMESI

Alessandro Nicolò: ‘A Palmi serve coesione’



REGGIO CALABRIA, 6 LUG - "A Palmi è giunto il momento di riportare la discussione nel centrodestra e sull’amministrazione comunale nei termini più consoni alla politica". E’ quanto afferma il Vicepresidente del Consiglio regionale, Alessandro Nicolò. "I verbalismi delle ultime ore - nonostante l’invito, da me condiviso, del collega Fedele a ritornare a parlare con la serenità che impone la responsabilità, soprattutto di chi governa, di tutelare il bene comune, non servono alla città di Palmi, né alle prospettive future del centrodestra che in quel comune è riuscito a ottenere un risultato elettorale straordinario e determinante. Nel riconoscere il buon lavoro della compagine amministrativa guidata da Ennio Gaudio, vorrei richiamare l’attenzione di tutti gli amici invitandoli a riflettere in maniera serena, evitando termini postremi, personalismi, incomprensibili per l’opinione pubblica palmese che sta assistendo in maniera stupita a certe forme di polemica che non giovano né a trovare le giuste soluzioni per irrobustire il centrodestra palmese, né ad affrontare, con il dovuto piglio, i problemi dello sviluppo". "Siamo alla vigilia di grandi appuntamenti per Palmi - sostiene ancora Nicolò - a partire dalla realizzazione di grandi opere infrastrutturali e civili, come il nuovo ospedale della Piana, obiettivi che hanno bisogno di forte coesione politica ed amministrativa e non di polemiche malcelate di primazie personalistiche o, peggio ancora, da rese dei conti (contro chi? E per che cosa?). La vicenda palmese dunque è materia che va affrontata e discussa con alto senso di responsabilità politica sulle soluzioni da intraprendere in un proficuo confronto con il partito. Un dialogo in cui prevalga la politica come strumento di strategia di un grande e responsabile partito in grado di ritrovare nel momento della necessità, sintesi e forte senso di unità coniugandola ai bisogni della società. E, di conseguenza, adottare le necessarie soluzioni".(ANSA).


Regione: la nota di Fedele (Pdl) su Giunta Palmi
“Sarebbe grave e disastroso per il futuro di Palmi, e per la sua crescita, se l’amministrazione comunale guidata da Ennio Gaudio dovesse interrompersi prima della scadenza del mandato”. A dirlo, il capogruppo del Pdl in Consiglio Regionale, Luigi Fedele.
“Diventa indispensabile – dice Fedele – che il programma stilato, in questi mesi, dalla giunta di centrodestra della cittadina pianigiana giunga al termine. Sono state, infatti, messe a punto, e avviate, una serie di opere strategiche per il futuro del comprensorio come la realizzazione del nuovo ospedale o del porto di Palmi; la stesura di un Piano strutturale strategico e il rilancio del cinema e del teatro ‘Sciarrone’. Queste sono solo alcune delle opere che, se si realizzasse l’interruzione dell’esperienza amministrativa dell’attuale primo cittadino Gaudio, rimarrebbero soltanto idee in cantiere e priverebbero la comunità palmese di godere di interventi necessari per la crescita e lo sviluppo di tutta la zona circostante”.
Continua il capogruppo: “Ecco perché occorre, più che mai, un maggiore senso di responsabilità da parte di tutte le parti coinvolte: una necessità di confronto e di dialogo che deve nascere nell’esclusivo interesse dei cittadini che, al contrario saranno costretti ad accettare scelte incomprensibili e subiranno, per questo, danni notevoli. Un raffronto costruttivo, quindi, che deve partire, certamente, dal sindaco stesso e che deve coinvolgere in modo particolare espressamente quella parte del Pdl chiamata ad uno sforzo cospicuo per ricercare quelle soluzioni utili, soprattutto, all’approvazione del bilancio e alla realizzazione delle opere in corso”.
“Nessuno – conclude Fedele – può essere così irresponsabile da provocare seri danni alla comunità. Adesso, bisogna accantonare i personalismi e le futili questioni per mettere un punto definitivo a questa sorta di telenovela che va avanti, ormai, da mesi. Invito, pertanto, quella parte del Pdl e soprattutto, il vice-coordinatore provinciale e il presidente del Consiglio di Palmi, in considerazione anche del proprio ruolo, ad un impegno concreto che porti alla ricerca delle giuste soluzioni per recuperare il tempo perso e continuare a sostenere  un’amministrazione che può dare ancora molto alla comunità palmese”.  

mercoledì 6 luglio 2011

NOTIZIE DA PALMI

NOTIZIE DA PALMI..................


Palmi (Rc): capogruppo al consiglio provinciale interviene su crisi comunale

Mercoledì 06 Luglio 2011 09:05
Segue la nota diffusa: Segue la Dopo aver appreso nel corso dell’ultimo Consiglio Comunale la volontà del Sindaco di rassegnare dimissioni irrevocabili, per dedicarsi a suo dire ai propri affetti ed ai propri hobbies, la carta stampata riferisce che Gaudio, smentendo se stesso, è alla ricerca, come già aveva tentato qualche mese addietro, del sostegno di chi – per quattro anni – è stato all’opposizione e a sinistra, al fine di portare al termine naturale la propria consiliatura.


Ciò suscita alcune riflessioni.


Preliminarmente, attesi i continui ammiccamenti a destra e a manca a cui ci ha abituato il Primo cittadino, ci si domanda se questa amministrazione sia ancora di centrodestra o meno.


Ammesso e non concesso che Ennio Gaudio sia riconducibile ancora al PDL, ricordo che l’impegno profuso negli ultimi giorni dall’amico On. Fedele, è stato già messo in campo dalla Lista Scopelliti Presidente sin dal mese di gennaio.


A quel tempo, infatti, l’intervento dello stesso Gigi Fedele e di tutti i più autorevoli esponenti del PDL aveva fatto sì che un nostro consigliere, inizialmente seduto tra i banchi dell’opposizione, entrasse in maggioranza per dare inizio ad un nuovo corso amministrativo, così impedendo di fatto la fine anticipata del mandato.


Ebbene, a sei mesi di distanza, può dirsi che la fiducia riposta nella persona del dott. Gaudio è stata mal ricambiata dallo stesso e dai suoi collaboratori “di peso”. Ma su questo, senza scendere nei particolari elettorali e non, è bene stendere un velo pietoso.


Ora, piuttosto che ricercare un improbabile appianamento delle instabilità in seno al comune palmese, è il momento di interpretare – senza alcuno spirito di rivalsa – il volere della gran parte dei cittadini, rimanendo aderenti quanto più possibile alla realtà sociopolitica che si percepisce nella nostra comunità.


Le domande da porsi sono quattro.


Vogliono i palmesi che Ennio Gaudio sia ancora il Sindaco della città?


Intende il Primo cittadino rinunciare alla corsa solitaria e telecomandata da chi non ha avuto il coraggio di sottoporsi al giudizio degli elettori?


È intenzione del Sindaco liberarsi delle zavorre che lo hanno rallentato prima e danneggiato poi?


Vuole egli rinunciare all’egoismo di pochi ed accettare di essere comprimario nella squadra del centrodestra?


Va evidenziato – rimanendo nel gergo calcistico – che la maggior parte delle partite arriva ai minuti di recupero senza alcuna possibilità di ribaltare il risultato.


In questo senso, pur apprezzando e facendo mia la concezione della politica come arte della mediazione – alla quale mai ci siamo sottratti, né oggi intendiamo farlo – sarebbe un errore inescusabile far degenerare la stessa mediazione in un vero e proprio accanimento terapeutico.


Attendiamo di conoscere dal Sindaco le dovute risposte, con la legittima pretesa che egli si sacrifichi sull’altare delle Istituzioni Regionali e Provinciali, rendendole nelle sedi più appropriate.


Il tempo delle decisioni di fronte ad un cappuccino è finito.


Ciò detto, l’intera città si rimette alle ponderate determinazioni del Sindaco e dei Consiglieri comunali tutti.






Avv. Giuseppe Saletta


Capogruppo al Consiglio Provinciale


Lista Scopelliti Presidente

DISCARICHE ABUSIVE

Discarica abusiva sequestrata nel Soveratese
Soverato, 1 luglio 2011 - I militari della Guardia di Finanza di Soverato hanno individuato e sottoposto a sequestro, nei pressi dell'ospedale di Chiaravalle Centrale, un'area di circa 30.000 metri quadrati su cui insistono alcuni capannoni ed edifici industriali in stato di abbandono con coperture in Eternit nonché un deposito incontrollato di rifiuti, speciali e non. Sul posto è stata riscontrata la presenza di fonti altamente inquinanti, quali materiali ferrosi, fusti metallici, batterie usate, carcasse di autovetture nonché ingenti quantità di lastre di Eternit.L'operazione ha portato alla denuncia di quattro persone, tre delle quali proprietarie del terreno, responsabili di esercizio abusivo dell'attivita' di raccolta e gestione di rifiuti pericolosi e speciali.

sabato 11 giugno 2011

Palmi / Via libera al bando europeo Nuovo ospedale, entro luglio i lavori saranno aggiudicati (GdS)

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venerdì 10 giugno 2011


Palmi / Via libera al bando europeo Nuovo ospedale, entro luglio i lavori saranno aggiudicati (GdS)



www.gazzettadelsud.it 10/06/2011 Giuseppe Mazzù PALMI È ormai in dirittura d’arrivo la pubblicazione del bando di gara per la costruzione del nuovo ospedale della Piana il cui sito, localizzato nel territorio compreso tra la statale 18 da una parte e lo svincolo autostradale di Palmi, nei mesi scorsi è stato sottoposto a tutta una serie di rilevamenti tecnici. Ne ha dato comunicazione ieri mattina il sindaco Ennio Gaudio che ha espresso grande soddisfazione. «Stamane (ieri ndc) – ha esordito il primo cittadino – ho avuto notizia che presso il Dipartimento Lavori pubblici della Regione si è svolta una riunione tecnica alla quale hanno partecipato il Rup del procedimento per la costruzione del nuovo ospedale della Piana ing. Francesco Costantino, il responsabile dell’Ufficio tecnico dell’Asp 5, progettisti e tecnici della società Infratrutture Lombarde, incaricata dell’eleborazione delle procedure per la realizzazione dell’importante opera pubblica e funzionari dello stesso Dipartimento LL.PP. La riunione si è tenuta per verificare tutti gli aspetti della fase propedeutica alla pubblicazione del bando di gara per l’affidamento della concessione per la realizzazione del nuovo ospedale della Piana, ubicato a Palmi nei pressi dello svincolo autostradale. Nel corso dell’incontro – continua Gaudio – i tecnici hanno verificato la rispondenza delle procedure predisposte alle norme e, a conclusione, hanno deciso di dare seguito a quanto era stato annunciato dal pre bando già pubblicato a livello europeo nei mesi scorsi. Il prossimo passo, la pubblicazione del bando che avrà anch’esso valenza europea, avverrà al massimo nei primi giorni della prossima settimana». Il primo cittadino ha proseguito fornendo alcuni dati riguardanti i tempi che si prospettano per l’iter di costruzione: «I tempi entro cui far pervenire le offerte saranno di 45 giorni, seguiranno le procedure per l'aggiudicazione e la firma del contratto con l’impegno di realizzare il progetto in tre anni, chiavi in mano. Aggiudicazione che potrebbe avvenire entro fine luglio. La posa della prima pietra, invece, si prevede entro settembre».




giovedì 9 giugno 2011

Regione: presentata bozza Pdl riordino Arssa, Afor e Enti montani

L'Assessore regionale all'Agricoltura e Forestazione Michele Trematerra ed il Sottosegretario alle riforme e semplificazione amministrativa Alberto Sarra - informa una nota dell'Ufficio Stampa della Giunta - hanno incontrato questa mattina, a Palazzo Campanella, sede del Consiglio Regionale, i rappresentanti sindacali per presentare la bozza del progetto di legge di iniziativa della Giunta Regionale denominato "disposizioni in materia di forestazione, politiche della montagna e sviluppo dell'agricoltura". Nel corso dell'incontro i due rappresentanti della Giunta Regionale hanno illustrato nel dettaglio i contenuti della proposta di legge che prevede il riordino degli enti ARSSA e AFOR e Comunità Montane. "Tali proposte - hanno affermato l'Assessore Trematerra ed il Sottosegretario Sarra - sono ispirate dai principi di semplificazione e razionalizzazione della spesa pubblica. Auspichiamo di acquisire nel più breve tempo possibile indicazioni ed elementi per migliorare il testo normativo, valutando le esigenze e garantendo nel contempo rapidi tempi di definizione". Va ricordato che gli enti ARSSA ed AFOR sono stati posti in liquidazione dal precedente Governo Regionale mediante la Legge Regionale 9/07. E' ferma volontà della Giunta Scopelliti di salvaguardare e valorizzare i livelli occupazionali e lo status del personale che sarà coinvolto nel processo di riforma dei due enti.
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Ci domandiamo dove finirà la SORVEGLIANZA IDRAULICA???? Visto che attualmente è in carico all'A.Fo.R.

 Vogliamo ricordare la delibera che prevede l'istituzione dei Presidi Idraulici Territoriali che ancora ad oggi  non sono stati avviati......










venerdì 3 giugno 2011

Lamezia Terme, consegnati lavori su corsi d'acqua per 2,8 milioni di euro

CATANZARO – 26 MAG 2011 –  Lamezia Terme  conseganti alle imprese aggiudicatarie delle gare di appalto, tre corposi interventi sui corsi d’acqua del versante tirrenico, per un importo complessivo di 2,8 milioni di euro. Si tratta di corsi d’acqua molto importanti per la piana lametina e per la città di Lamezia in particolare, considerato che alcuni di esse attraversano per intero tutti i centri urbani di Nicastro e Sambiase e, nei tratti terminali, circoscrivono il centro di S. Eufemia prima di sversare le loro acque nel Tirreno. La consegna dei lavori avrà luogo, alle ore 11, presso il parco fluviale torrente Piazza - scuola Manzoni.
Alla consegna dei lavori erano presenti, con il presidente della Provincia Wanda Ferro, l’assessore provinciale alle Attività produttive Roberto Costanzo, il presidente della Commissione Lavori pubblici Gianpaolo Bevilacqua, il consigliere provinciale Mario Benincasa, il consigliere regionale on. Mario Magno e, per il Comune di Lamezia Terme, l’assessore ai Lavori pubblici on. Franco Amendola e il presidente della Commissione Lavori Pubblici Francesco Grandinetti. Erano presenti, inoltre, i tecnici dell’Ente, i progettisti e i rappresentanti delle imprese appaltatrici.
“Si tratta di tre importanti interventi – afferma il presidente della Provincia Wanda Ferro - su fiumi che attraversano tutto il territorio lametino e interessano abitazioni e numerose attività produttive che dobbiamo preservare. Da parte dell’Amministrazione provinciale c’è un grande impegno per la messa in sicurezza dell’intero territorio in rapporto ai gravi problemi derivanti dall’esondazione dei corsi d’acqua e dal dissesto idrogeologico. Attraverso la manutenzione e la pulitura dei corsi d’acqua puntiamo anche a preservare l’ambiente, migliorando l’aspetto ambientale ed igienico sanitario di tutta la zona e assicurando la pulizia del mare. Anche sotto questo aspetto chiediamo la collaborazione dei cittadini, perché i nostri corsi d’acqua non diventino delle discariche, pregiudicando non solo la qualità ambientale ma anche la sicurezza del territorio”.
Tutti gli interventi sono compresi nell’ambito del Piano generale di prima fase previsto dall’ordinanza di protezione civile 3741 del 2009. L’Amministrazione Provinciale di Catanzaro, competente in materia di dissesto idrogeologico e manutenzione dei corsi d’acqua a seguito delle leggi regionali n. 34/2002 e 1/2006, nella fase di redazione del Piano COMIP (Comitato di Indirizzo Provinciale), istituito a seguito dell’ordinanza 3741/2009, ha provveduto ad inserire i tre interventi tra le principali priorità della Provincia.
Il primo dei tre interventi riguarda i “Lavori per interventi integrati di ripristino dell’officiosità idraulica del Torrente Piazza”, un corso d’acqua che interessa la parte più popolata della città, attraversando il centro abitato di Nicastro. L’importo complessivo di questo primo intervento, che dovrà essere eseguito in 210 giorni dall’Ati  Edilbotro S.r.l. più impresa Troiano di Botricello, è di un milione di euro.  Nello specifico, l’intervento riguarda tre tratti del Torrente Piazza:  il tratto di torrente compreso la località Calia e la località Reillo, sulla sponda idraulica sinistra e su quella destra, mediante la realizzazione di muri in gabbioni;  il tratto di torrente compreso tra il ponte della Ferrovia e il ponte di Viale Scarpino, in sinistra e in destra;  il tratto di torrente nei pressi dell’abitato di via dei Tigli ed il ponte di Via S. Foderaro.  La progettazione dell’intervento è stata redatta dall’ing. Leonardo Paonessa, libero professionista che curerà pure la direzione lavori, con la collaborazione dell’ing. Francesco Crispino, responsabile del Servizio idraulico dell’Amministrazione per il versante tirrenico, coordinata dal Rup ing. Francesco Augruso, dirigente del Settore Edilizia Pubblica e Residenziale e Funzioni Genio Civile.
Il secondo intervento riguarda i “lavori per interventi integrati di ripristino dell’officiosità idraulica dei torrenti Bagni e Cantagalli”. Il torrente Bagni interessa frazioni minori di Lamezia, il centro di S. Eufemia e la zona a mare, dove vi è la presenza di importanti insediamenti balneari,  mentre il Cantagalli attraversa tutto il centro abitato di Sambiase. I due corsi d’acqua interessano, tra l’altro, infrastrutture di importanza strategica per l’intera regione, quali aeroporto, stazione ferroviaria di S. Eufemia, svincolo autostradale, strade statali, strade provinciali. L’importo complessivo dell’intervento, che dovrà essere eseguito in 360 giorni dalla Sgromo Costruzioni di Maida, è di 800 mila euro.  I lavori prevedono interventi di manutenzione e pulitura che miglioreranno l’aspetto ambientale ed igienico sanitario, e faciliteranno il normale deflusso idraulico. Si prevedono inoltre interventi di consolidamento, rifacimento, e innalzamento di argini esistenti e recupero di altre opere d’arte minori esistenti.  La progettazione dell’intervento è stata redatta dall’ing. Antonio Canino, libero professionista, che curerà pure la direzione lavori con la collaborazione dell’ing. Francesco Crispino, coordinata dal Rup ing. Francesco Augruso.
Il terzo intervento riguarda i “Lavori per interventi integrati di ripristino dell'officiosità idraulica del Fosso Specchi nel territorio dei Comuni di Lamezia Terme e Gizzeria nonché del reticolo idrografico minore nel territorio di Lamezia Terme esterno al bacino del fiume Amato e del Fosso Specchi”. L’intervento, dell’importo complessivo di un milione di euro, dovrà essere eseguito in 210 giorni dall’ATI Edilbotro S.r.l. più impresa Troiano, di Botricello. L’intervento progettuale riguarda principalmente quattro corsi d’acqua ricadenti nei comuni di Gizzeria e Lamezia Terme: fosso Fella, torrente Niola, torrente Piscirò, torrente Candiano. La zona oggetto dell’intervento sul Fosso Fella ricade tra i centri abitati di Nicastro e Sambiase, in una zona urbanizzata immediatamente a monte ed a valle del Cavalcavia delle FF.SS. in Località Scordovillo, nella quale si trovano la sede municipale, l’ospedale, la piscina comunale e il palazzetto dello sport. Il torrente Niola attraversa lo storico quartiere di San Teodoro nel comune di Lamezia Terme, fino alla confluenza nel torrente Canne. Il torrente Piscirò, anche conosciuto come Spilinga, sfocia nel Mar Tirreno, in località Marinella, nel tratto terminale segna il confine tra i comuni di Gizzeria e Lamezia Terme. Il Torrente Candiano, infine, nasce in Contrada Carrà, attraversa Contrada Palazzo e lambisce il lato sud dell’aeroporto fino a sfociare,  proprio in prossimità del mare,  nel Fiume Amato. La progettazione dell’intervento è stata redatta dall’ing. Marcello Iencarelli, libero professionista, che curerà pure la direzione lavori con la collaborazione dell’ing. Francesco Crispino, coordinata dal R.U.P. ing. Francesco Augruso.


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giovedì 19 maggio 2011

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martedì 17 maggio 2011

Janò, un territorio da tenere d'occhio


Janò, un territorio da tenere d'occhio Sul fronte lavori è in via di conclusione la sistemazione idrogeologica -

 
Un monitoraggio da portare avanti per 365 giorni l'anno sull'intera area di Janò, il quartiere colpito lo scorso anno da un gravissimo dissesto idrogeologico che portò all'evacuazione di centinaia di persone.
L'attività è quella che dovrà svolgere il Presidio territoriale comunale (Ptc), da istituire in tempi brevi, individuato dall'ordinanza n. 3862/2010 del presidente del Consiglio dei ministri. A darne notizia, l'ing. Pasquale Gidaro, responsabile della struttura tecnica di supporto al commissario per l'emergenza - il presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti, che oggi, tra l'altro, parlerà a Cosenza della costruzione di quattro nuovi ospedali, tra cui quello di Germaneto; commissario delegato che, tra l'altro, ha firmato di recente un'ordinanza sulle perimetrazioni delle aree vulnerabili nel territorio di Catanzaro-Janò.
«In "tempo di pace" – spiega l'ing. Gidaro – il Ptc, composto da professionisti del settore, effettua sopralluoghi per individuare modificazioni in aree vulnerabili, riporta su cartografia i punti di crisi e gli itinerari da seguire nelle fasi di allerta, quando – prosegue – è in stretto contatto con la sala operativa comunale, per suggerire l'evacuazione dei residenti o l'interdizione al traffico». Nei giorni scorsi, si è tenuta una riunione tra l'ing. Gidaro, l'arch. Ritrovato del Comune di Catanzaro e l'ing. Gullà del Cnr-Irpi di Cosenza, per concordare le modalità di aggiornamento del piano comunale di protezione civile di Catanzaro e l'istituzione del Ptc.
Su questi passi, l'ing. Giovanni Laganà, coordinatore della struttura e dirigente del dipartimento Infrastrutture e Lavori Pubblici della Regione, ha dichiarato che «attraverso il protocollo d'intesa tra il Comune di Catanzaro, i Centri di competenza regionali, il settore di protezione civile e la struttura del Commissario delegato, si è avviata la fase attuativa degli interventi non strutturali che consentono al Comune di pianificare le idonee misure di prevenzione». A Janò, comunque, si attendono risultati concreti.
E proprio sul fronte strutturale (sulla scorta del piano stralcio commissariale) si va verso la conclusione della pulizia dei corsi d'acqua per un importo di 500mila euro: l'obiettivo è il ripristino della funzionalità idraulica di canali e fossi (per 12 Km) situati nelle zone colpite dal dissesto di Janò (Gelso, Scala e Rombolotto). Nell'ambito del piano stralcio è compreso poi un consolidamento per 1.530.000 euro, in fase di progettazione, e due milioni di euro per mitigare il rischio di frana e mettere in sicurezza centro urbano e infrastrutture strategiche (in via di definizione le intese tra ministero dell'Ambiente e Regione).
Nei giorni scorsi, invece, gli abitanti di Janò, con una Messa nella scuola elementare, hanno ringraziato l'arcivescovo mons. Antonio Ciliberti - con una targa-ricordo che gli è stata consegnata dal diacono Maurizio Olivadoti - per la vicinanza dimostrata in occasione dell'evento franoso dello scorso anno. Alla celebrazione hanno partecipato anche il prefetto Antonio Reppucci, il comitato emergenza Janò e il parroco della parrocchia Maria Immacolata di Pontegrande, don Antonio Vasapollo.(f.r.)

giovedì 28 aprile 2011

Regione, “Inattuata la soppressione degli enti strumentali” – È quanto è emerso dalla relazione della Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti


                                                   
28 aprile, 2011 

Regione, “Inattuata la soppressione degli enti strumentali” – È quanto è emerso dalla relazione della Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti

CATANZARO – Lungaggini burocratiche, assoluta mancanza di una programmazione completa e puntuale, disattenzioni nell’attuazione delle normative. È il quadro emerso dalla relazione della Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti sullo stato di attuazione della legge per la soppressione e la liquidazione degli enti strumentali della Regione. Carrozzoni inutili, spesso dannosi per l’economia calabrese, è stato evidenziato, che restano attivi o non ancora completamente cessati nella loro attività.
Il magistrato relatore, Giuseppe Ginestra, ha formulato i risultati della ricerca della magistratura contabile che si è concentrata su Arssa, Afor e sulle Ardis di Catanzaro e Reggio Calabria, soppresse con legge regionale numero 9 del 2007.
La magistratura contabile ha evidenziato che “la Regione ha lasciato completamente insoddisfatte le esigenze di riforma strutturale del comparto e di razionalizzazione della spesa pubblica”. E questo perchè, è scritto nella relazione, “restano tuttora sul campo, a mano a mano sempre più aggravate ed aggravandosi, le rilevanti distorsioni operative ed organizzative determinatesi in conseguenza della metodologia estemporanea adottata nel processo di inattuata liquidazione di Afor e Arssa”.
È un’analisi molto critica, dunque, quella redatta dalla Corte dei Conti, che ha ricordato come “le ripetute proroghe in questi quattro anni, concesse, pedissequamente di sei mesi in sei mesi, ai vari commissari liquidatori di Afor e Arssa, hanno accresciuto lo stato generale di confusione e incertezza, generato anche dall’assenza totale di strategie finalizzate a garantire indispensabili momenti di coordinamento e di indirizzo”.
Un meccanismo bocciato, dunque, dalla magistratura contabile che ha evidenziato come l’unico ente di cui è stata avviata la liquidazione è l’Ardis di Reggio Calabria, mentre per quello di Catanzaro è stata ripresa “la carenza di sinergia tra due sistemi istituzionali, l’Università “Magna Graecia” e la Regione”.
Dal punto di vista strettamente economico e finanziario, la relazione ha evidenziato che l’ente regionale ha erogato, complessivamente, ai quattro enti in liquidazione per il periodo 2005/2009 la somma di oltre 1.140 miliardi di euro. A questo importo si sommano altri contributi statali ed entrate proprie, per un totale di oltre 1.568 miliardi, mentre le spese complessive ammontano a 1.581 miliardi.
Questa fase di mancata applicazione della legge e le incertezze che da questo deriva, ha fatto in modo, è scritto nella relazione, che l’Afor non abbia nemmeno trasmesso i propri bilanci dal 2007 ad oggi al dipartimento regionale Bilancio e programmazione, con i rendiconti dell’Afor non sono mai stati approvati dalla Giunta regionale per come previsto dalla legge.
Per quanto concerne l’Arssa, situazione analoga riguarda la mancata approvazione dei rendiconti da parte della Regione, mentre nel 2008 è stata istituita una commissione congiunta che è ancora al lavoro per verificare tutte le condizioni dei bilanci. In questo contesto, il magistrato relatore ha dichiarato che “non si hanno elementi per ritenere che la Regione si sia posta il problema della confusa e contraddittoria situazione, dalla quale emerge la grave carenza di guida gestionale e coordinamento elementare”.
Rispetto alle Ardis, la situazione più “eccentrica”, come l’ha definita Ginestra, è quella della struttura di Catanzaro che “legislativamente soppressa fin dal 2007, di fatto – è scritto nella relazione – non è mai stata posta in liquidazione, in quanto non è mai stata resa possibile la sottoscrizione dell’apposita convenzione tra l’Università “Magna Graecia” e la Regione”.
Così, alla guida dell’Ardis di Catanzaro c’è un commissario straordinario nominato il 22 gennaio 2007, con un Collegio dei Revisori dei conti che risale al 2004, quindi di fatto scaduto nel suo mandato. In questo contesto, è stata affermata l’assoluta carenza delle residenze universitarie, la cui realizzazione, secondo la Corte dei Conti, è segnata da “lungaggini burocratici, ritardi cronici, inadeguatezza di capacità di cooperazione interistituzionale”.
Inoltre, è stato rilevato che “i rendiconti dell’Ardis di Catanzaro non sono mai stati oggetto di approvazione da parte dei competenti organi regionali. Tutto ciò – scrive il magistrato relatore – si riverbera a danno della popolazione studentesca dell’Università Magna Graecia di Catanzaro”.
Diversa la situazione dell’Ardis reggina, per la quale è stata disposta la soppressione e nel 2008 è stato approvato uno schema di intesa tra l’agenzia e l’Università Mediterranea, avviando la fase di liquidazione che è ancora in corso.

sabato 16 aprile 2011

La Regione Calabria si candida ad ospitare il Premio Viareggio

REGGIO CALABRIA - L’Assessore regionale alla cultura Mario Caligiuri, a nome del Presidente della Regione Giuseppe Scopelliti, ha comunicato alla presidentessa del Premio “Viareggio Repaci” Rosanna Bettarini che “La Calabria si candida ad ospitare il Premio Viareggio a Palmi, assicurando il massimo sostegno possibile".


La proposta si spiega con l’intenzione degli organizzatori del Premio letterario, creato da Leonida Repaci, di divorziare dal Comune di Viareggio che lo ha ospitato per 36 anni. Il Presidente Scopelliti ha dichiarato che "sarebbe bello radicare uno dei premi letterari più importanti d’Italia a Palmi, dove è nato lo scrittore che lo ha inventato e reso importante nel mondo". La Presidentessa Bettarini ha risposto che si tratta di un’ "idea da prendere in seria considerazione". L’avvenimento nacque all’improvviso nell’estate del 1929. E’ difficile stendere bilanci o consuntivi dell’attività svolta in questi decenni. I fatti parlano da soli e i nomi dei premiati e dei giurati sono già entrati in massima parte nell’olimpo delle patrie lettere.
Un premio – a memoria d’uomo - nato quasi per gioco e per la scommessa personale di tre amici sotto un ombrellone, ma che si è sùbito trasformato in un’occasione di verifica e di confronto per chi ama il mistero della creazione letteraria e del non meno affascinante rapporto tra letteratura e società, tra letteratura e realtà, tra lo scrittore e il lettore suo complice e fratello.
Sulla sabbia del tempo poche volte l’ombra d’un ombrellone è stata più creativa. Un Premio che non si crogiola nei cenacoli e nelle accademie e che grazie alla sua formula specifica ha guadagnato fama, e soprattutto popolarità, perché prodigo ogni anno d’una sorpresa e d’un’invenzione nuova; sempre imprevedibile e fin dalla sua nascita intonato ad una città, Viareggio, fiera della sua storia e della sua vocazione artistica. Potremmo anzi dire che il Premio è talmente identificato con la città da rendere difficile immaginare l’uno senza l’altra. Da qui la ragione primaria della sua continuità, accortamente assicurata dal fondatore Leonida Rèpaci mediante un accordo con la Città solennemente sancito da atti pubblici e rogiti notarili, in base ai quali il Premio conserva intatte l’assoluta indipendenza e la completa autonomia da qualsiasi forma di potere che non sia quello unico dell’onestà intellettuale delle persone che soltanto per passione civile, amore per le lettere e per spirito di servizio animano il Comitato di Gestione e la Giuria.
Senza voler dare ad intendere di propendere per il mantenimento del Premio a Viareggio o il trasferimento a Palmi, sembra doveroso osservare che sarà almeno problematico per la presidentessa Rosanna Bettarini deciderne le sorti.